Simone Peruzzi

simoneSono nato a Firenze nel 1962.
E sono cresciuto in fretta.
Ero ancora bambino ed il Vietnam mi faceva male, quello raccontato da Dylan e Hendrix nelle canzoni che cantavo accompagnandomi con una chitarra fatta di cartone.
Poi è venuto il golpe in Cile, che ho scoperto nella sua crudeltà attraverso i filmati che vedevo al circolo ARCI di Le Bagnese e poi sui libri che andavo a cercare in biblioteca, tra lo stupore della bibliotecaria, che ad un bimbo delle medie non pensava potessero interessare quelle cose.
Ho deciso subito da che parte stare. La stessa parte che poi mi ha fatto stare con la Palestina massacrata da uno Stato che ancora oggi non s’è saziato del sangue di innocenti. La stessa parte degli indipendentisti baschi e irlandesi.
Ho cominciato a fare politica molto presto, quindi.
E leggendo Marx, mi accorsi da subito che quel Partito Comunista che ancora, vergognosamente, negava i fatti di Ungheria e di Praga, non poteva essere il mio riferimento.
Né lo potevano essere quelle formazioni leniniste che costellavano l’allora affollatissimo mondo della sinistra extraparlamentare.
Mi sono avvicinato così all’operaismo, quella corrente marxista che proprio sulle questioni di libertà e di non soggezione al capitalismo di Stato sovietico aveva trovato occasione di scontro con il PCI. E poi li c’era gente che ragionava davvero, fuori dagli schemi e dalle direttive di Partito.
E così, nel pieno del 1977, avevo già scelto. Quella stagione, fatta di lotte, di scontri, di tante sconfitte e di qualche vittoria, era destinata a finire presto.
In quel periodo della vita 3-4 anni sembrano un’eternità.
Qualcuno decise che l’Autonomia Operaia era organica al terrorismo. «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Il Teorema Calogero, quello degli arresti del 7 aprile 1979, mise tutti d’accordo sugli schieramenti: noi eravamo quelli brutti e cattivi.
Gli anni 80 hanno allontanato molti dalla politica.
Io ho continuato, mi sono trasferito a Torino, la città di molte lotte, ma anche quella della marcia dei 40.000 che aveva affossato il movimento, e li ho fatto Resistenza, ho tramandato memoria.
E così anche negli anni 90, iniziati con una guerra mondiale contro cui era obbligatorio schierarsi (quella dell’Italia corsa a “liberare” il Kuwait, invaso da Saddam) e con un rigurgito di movimento, quello della Pantera che occupava l’Università.
Da lì, stanco di modelli che ormai non erano in grado di raccontare il divenire sociale e affascinato dal movimento situazionista, ho fondato un collettivo, Falsospettacolo, che si occupava in modo irriverente di disvelare le bugie del sistema e poi un altro collettivo, meno gioioso e più resistente, 415, con il quale ho dato alle stampe diversi testi sia inediti che tradotti, con l’intenzione di sviluppare consapevolezza, individuando nelle nocività e nelle pandemie, la manifestazione del disastro neomoderno (perché di post modernità non se ne può proprio parlare).
Adesso eccomi qua, tornato a vivere in Toscana, con la voglia di mettermi ancora in gioco, per difendere i diritti e occuparmi del territorio dove vivo.
In questi anni, oltre alla militanza politica attiva, ho trovato il modo anche di lavorare. Ho iniziato facendo l’educatore in contesti di disabilità e psichiatrici per poi, dopo 15 anni, cominciare a spendermi nel mondo della formazione e della consulenza, arrivando, nell’ultimo periodo, a occuparmi, per lo più, di sicurezza e salute nei posti di lavoro, convinto che, tra i tanti diritti negati, uno dei principali, sia quello di non morire cercando di tirare a campare.